

134. Lo scandalo della Banca romana.

Da: D. Mack Smith, Storia d'Italia. 1861-1958, primo, Laterza,
Bari, 1967.

Come ci narra in questo brano lo storico inglese Denis Mack Smith,
dal 1889 al 1893 il mondo bancario e finanziario italiano, gravato
da numerose anomalie, fu scosso da una violenta crisi che avrebbe
portato alla caduta del primo ministero Giolitti. Infatti, mentre
alcuni istituti bancari, fra cui la Banca romana, conservando il
diritto di emettere quote assegnate di carta moneta, fuoriuscivano
spesso, illegalmente, da quei limiti, contemporaneamente quelle
stesse banche finanziarono con forti prestiti la speculazione
edilizia, che si accaniva soprattutto contro la capitale. Bast
un'improvvisa crisi del settore edilizio, che imped la
restituzione dei crediti e costrinse allo scoperto molte banche,
per far emergere le numerose irregolarit commesse. Ma dal momento
che molti deputati e ministri, fra cui gli stessi Crispi e
Giolitti, usufruivano di favori creditizi, le inchieste sulla
corruzione e sulle altre illegalit, nonostante il lavoro di
almeno due inchieste parlamentari, sarebbero state sostanzialmente
insabbiate, se una terza commissione non avesse insistito ancora
nella ricerca della verit. Allora il parlamento ebbe un sussulto,
molti deputati furono pubblicamente biasimati e lo stesso
Giolitti, nonostante non fosse stato battuto in aula, dette le
dimissioni. Il suo momentaneo trasferimento all'estero indusse
l'opinione pubblica, bench egli in seguito insistesse sempre nel
negare eventuali corresponsabilit, ad indiziarlo di colpevolezza.


La causa immediata del tracollo finanziario del 1889 fu
un'eccessiva espansione dell'industria edilizia alla quale le
banche avevano concesso crediti esagerati. Questa follia edilizia
era cominciata con la costruzione dei nuovi uffici governativi a
Roma ed era continuata in seguito con la ricostruzione dei vecchi
quartieri infetti di Napoli. Roma, che nel 1870 contava una
popolazione di 220.000 abitanti, quasi la raddoppi nei venti anni
successivi, diventando la mecca di ogni specie di avventurieri. Le
banche di Torino gettarono a mare tutte le sane dottrine
finanziarie una volta che si resero conto degli enormi profitti
che potevano realizzare speculando su terreni ed edifici, e una
quota eccessiva dei capitali che avrebbero dovuto essere impiegati
nell'agricoltura e nell'industria fu dirottata verso questa forma
d'investimento illusoriamente vantaggiosa. La Banca Nazionale
aument la sua circolazione cartacea da 462 milioni di lire nel
1883 a 611 milioni alla fine del 1886, e le riserve auree scesero
dalla met a un terzo del totale. Crispi poi contribu vieppi a
questo processo abolendo alcune restrizioni legali sul credito, e
ci in quanto i profittatori esercitavano evidentemente una
considerevole influenza sugli ambienti governativi.
All'inizio del 1889 una o due banche sospesero i pagamenti. Una
volta ancora Crispi intervenne scopertamente, riuscendo a
persuadere i maggiori istituti finanziari a salvare dal dissesto
la Banca Tiberina con un prestito di 45 milioni di lire, in modo
da consentire a quest'ultima di far fronte ai suoi impegni in
materia di lavori pubblici. Una modesta battuta d'arresto
dell'industria edilizia romana aveva gi causato alcuni disordini,
prodotti da disoccupati che si erano dati a saccheggiare negozi
della capitale, e Crispi temeva che ci avesse a ripetersi se non
si fosse riusciti a circoscrivere il male. Si disse anche,
maliziosamente ma con una certa parvenza di plausibilit, ch'egli
avesse molto a cuore gli interessi di certi finanzieri influenti.
Il suo intervento comunque non fece che condurre a un'ulteriore
espansione del credito e rendere cos pi grave il disastro quando
questo alla fine sopraggiunse, in quanto i prestiti concessi dalla
Banca Nazionale non potevano sostenere indefinitamente questa
spinta inflazionistica. Nel frattempo, le altre banche seguirono
le sue direttive puntellando imprese che si trovavano sull'orlo
del fallimento e che sarebbe stato meglio abbandonare invece al
loro destino.
Le varie regioni d'Italia conservavano ancora gelosamente il loro
diritto a una propria banca di emissione. Il governatore della
Banca Romana, una delle sei di questo tipo, era un certo Tanlongo.
Aveva cominciato la sua carriera come fattore in una delle grandi
propriet della campagna romana ed era riuscito poco a poco a
diventare egli stesso un proprietario terriero. Cavour se ne era
servito per corrompere funzionari della Corte papale. Una carriera
non del tutto onesta aveva finalmente portato quest'uomo
semianalfabeta, ma abile e audace, a diventare il consigliere
privato in materia finanziaria di vari successivi presidenti del
Consiglio, oltre che di alcuni cardinali, dei gesuiti e del re
stesso; e cospicui prestiti accompagnavano talvolta i suoi
"consigli". Tanlongo fu uno dei primi ad approffittare dell'ondata
di speculazione sulle aree che stava sommergendo la Roma barocca
sotto una nuova citt umbertina. Egli aveva fatto stampare in
Inghilterra le banconote della Banca Romana e, senza consultarsi
minimamente con il governo, ne aveva ordinate a suo arbitrio -
come si ordina un barile di birra, secondo quanto ebbe a dire in
seguito Giolitti. La circolazione cartacea della sua banca aveva
superato cos di sessanta milioni il limite legale, ed esistevano
persino banconote false emesse in serie doppia per almeno quaranta
milioni.
Quando i primi fallimenti bancari del 1889 fecero s che
cominciasse a trapelare qualcosa di queste irregolarit, si seppe
pure che una buona parte della circolazione eccedente era stata
destinata a "prestiti" senza interesse concessi a deputati e
ministri. Le banche di emissione tuttavia esercitavano ormai una
grande influenza politica, e i deputati erano quanto mai restii ad
appoggiare qualsiasi proposta mirante a sottoporle ad un pi
rigoroso controllo, dato che ci avrebbe potuto portare alla luce
l'esistenza di tali "prestiti". Venne pure fuori che il Banco di
Napoli, mentre era pi o meno in regola per quel che riguardava la
circolazione, aveva contratto debiti per circa venti milioni, con
molti dei quali si era quanto meno reso colpevole d'aver fermato
un'inchiesta, che avrebbe dovuto essere condotta sulla situazione
della banca in questione. Anche se non aveva tratto profitto
personalmente da queste pratiche irregolari, Crispi non era tanto
ingenuo da non sapere quello che si celava dietro di esse. I suoi
molti nemici collegarono tuttoci con il fatto ch'egli nomin
all'improvviso ottantaquattro nuovi senatori, tra cui molti
appartenenti alla nobilt e i capitani d'industria Breda, Bastogi
e Orlando. [...].
Quando la crisi finanziaria raggiunse un punto tale da rendere
impossibile ogni ulteriore dilazione della resa dei conti, il
ministro Miceli [Luigi Miceli, ministro dell'agricoltura] nomin,
alla fine del 1889, una commissione d'inchiesta privata incaricata
di stabilire se le banche avessero una circolazione superiore a
quella consentita per legge dalle loro riserve. Questa
commissione, presieduta dal senatore Alvisi, attir l'attenzione
su numerose gravi irregolarit, ma la sua relazione non fu
pubblicata e Alvisi non riusc a far inserire la questione nel
programma dei lavori parlamentari. Molti ministri confessarono in
seguito di non aver neppure letto la relazione Alvisi, ma di
essersi accontentati delle assicurazioni che tutto poteva esser
messo a tacere e regolato senza pubblico scandalo. Per parecchi
anni la cosa fu lasciata sotto silenzio, e il fatto che tanta
gente tacesse era lungi dal deporre a favore delle pubbliche
istituzioni italiane. Le voci di continue malversazioni non erano
certo state messe a tacere dalla dichiarazione ufficiale, emessa
nel giugno 1891, che l'interesse nazionale si opponeva alla
pubblicazione della relazione Alvisi. Poi, nel novembre 1892,
venne la nomina a senatore di Tanlongo a compenso dei suoi
servigi, nomina che venne pubblicata - cosa questa abbastanza
significativa - proprio alla vigilia del primo esperimento
giolittiano di elezioni addomesticate. Non molti mesi dopo la sua
nomina, Tanlongo era in prigione. Nel dicembre 1892, infatti, il
deputato Colajanni aveva, del tutto inaspettatamente rimesso
l'intera questione sul tappeto grazie alla scoperta e alla
pubblicazione da lui curata delle conclusioni della relazione
Alvisi. I fedeli deputati decisero obbedientemente, con 316 voti
contro 27, di seppellire di nuovo tutto quanto, ma i giornali si
gettarono a fondo sullo scandalo che non pot pi essere tenuto
nascosto. Dietro Colajanni c'era evidentemente una manovra
politica ben concertata, e il diario di Farini indica fra gli
altri responsabili di questa anche di Rudin, Pareto e Pantaloni.
Giolitti si mise ancor pi dalla parte del torto respingendo la
proposta di un'approfondita inchiesta parlamentare sulle banche.
E' interessante notare che Crispi parl dai banchi
dell'opposizione in sostegno di Giolitti, affermando che una
inchiesta parlamentare sarebbe stata antipatriottica e avrebbe
danneggiato il buon nome dell'Italia all'estero; ma pi tardi
risult che Crispi stava ancora contraendo prestiti con le banche
in misura largamente eccedente la sua solvibilit. Invece di
promuovere un'inchiesta parlamentare, si nomin una commissione
governativa presieduta da Finali e la camera approv con voto
quasi unanime questa nomina. La Banca Romana dedic alcuni giorni
a falsificare in tutta fretta i suoi libri contabili, ma anche
cos la relazione Finali pot affermare che il volume della sua
circolazione era due volte superiore a quello consentito dalla
legge, e che circa cinquanta milioni erano stati perduti in
speculazioni sbagliate, malversazioni e corruzioni.
In quello stesso anno uno dei maggiori istituti di credito del
paese, il Credito Mobiliare, fu costretto a sospendere i
pagamenti, in quanto vari investimenti a carattere speculativo
avevano intaccato il suo capitale. L'edilizia e i titoli
industriali cominciarono immediatamente a rispecchiare la fiducia
generale. Si facevano pubblicamente i nomi dei deputati ritenuti
coinvolti nello scandalo e l'eroe popolare De Zerbi, campione
delle banche in parlamento (era indebitato per mezzo milione),
mor sotto lo shock causatogli dalle rivelazioni. Un ex direttore
del Banco di Sicilia fu brutalmente assassinato in uno
scompartimento ferroviario mentre faceva ritorno a Palermo. Un
direttore del Banco di Napoli scomparve, e fu quindi arrestato,
travestito da prete, nell'atto d'inghiottire del veleno.
Finalmente, nel marzo 1893, Giolitti dovette consentire al
parlamento di nominare una terza commissione presieduta da Mordini
e incaricata di esaminare le implicazioni politiche di quanto era
fino ad allora venuto alla luce.
Trascorsero otto mesi di tensione prima che la relazione di questa
commissione fosse presentata, nel novembre successivo. Sebbene
essa aggiungesse ben poco per quel che riguardava i fatti, e
sebbene fosse senza dubbio ispirata al desiderio di minimizzare
l'intera questione, l'atmosfera ne fu effettivamente rischiarata.
Un certo numero di deputati furono biasimati nominativamente per
il fatto che figuravano (essi personalmente o i loro amici) nei
libri paga delle banche, mentre altri in numero maggiore
risultarono coinvolti meno direttamente. Quanto a Giolitti, le sue
memorie dovevano protestare pi tardi la sua pi completa
innocenza; la commissione comunque dichiar che, nonostante egli
conoscesse la vera situazione in cui si trovava la Banca Romana,
aveva continuato a mantenere rapporti finanziari con essa, e in
cambio dei favori concessigli aveva nominato senatore il suo
presidente. Erano, questi, errori politici giganteschi, in quanto
egli era stato perfettamente al corrente del sospetto che
circolava sul nome di Tanlongo. Le transazioni effettuate
direttamente da Giolitti ammontavano a non pi di sessantamila
lire, che egli aveva preso in prestito dalla banca, probabilmente
allo scopo di corrompere la stampa francese in modo che
appoggiasse il festival colombiano del 1892; e questa somma era
stata debitamente restituita. Quanto all'accusa ch'egli avesse
ricevuto dalla banca un'ulteriore somma per spese elettorali, essa
non fu provata, ma i libri contabili della banca dovevano trovarsi
in condizioni assai cattive se non fu possibile decidere la
questione in un senso o nell'altro. Per quanto non fosse stato
ancora sconfitto in parlamento, Giolitti prefer dimettersi e il
fatto che si rifugiasse all'estero indusse la gente a sospettare
il peggio.
